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Turandot esalta il pubblico di Ankara
Martedì 19 Marzo 2019 07:45

 

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Ankara, 16 marzo 2019.

Un esito trionfale a dir poco per la Turandot di Puccini presso il Teatro dell’Opera di Ankara,

con la sala gremita in ogni ordine di posto. E’ inutile nascondere l’orgoglio di essere stato

presente a questo evento, unico italiano in sala assieme ai due addetti d’ambasciata ,al

regista, al maestro del Coro e al direttore d’orchestra .Quando si rappresenta l’Opera ,e in

particolare modo l’ultimo capolavoro di Puccini interamente prodotto dalla Turchia

,l’emozione è più intensa e si tocca con mano la carica dirompente di questa musica che sa

valicare ogni confine culturale, ogni barriera linguistica. La Turchia offre da anni una realtà

esecutiva e una qualità che temono ben pochi confronti:giovane e travolgente l’orchestra,

precisa nel suo ensemble e negli assoli, poderose le voci del Coro, magnifici i solisti di

Canto, con alcune punte di emergenza che ora sottolineeremo come meritano.

 

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                                                              Murat Karahan


L’evento non sarebbe stato possibile, è bene specificare subito, senza la costante e

appassionata gestione di un giovane già affermatissimo tenore, responsabile di tutta la

programmazione operistica del Suo paese, Murat Karahan, una vocalità straordinaria in

possesso oggi dei migliori acuti possibili per la corda del lirico spinto. Manager accorto e di

inesauribile energia ,Karahan sa essere un Calaf eroico e vincente fin dalla sua prima

entrata in scena, dimostrando oltre alla doviziosa resa vocale una capacità attoriale

completa, già molto apprezzata all’Arena di Verona in questi ultimi anni , al San Carlo di

Napoli ,al Regio di Torino, al Massimo di Palermo e in molti grandi teatri mondiali. Quello

che colpisce di Karahan non è soltanto l’acuto vittorioso e spavaldo, ma la varietà dei colori,

l’uso sapiente della mezza voce ,l’ottima pronuncia italiana, quindi il fraseggio, perfezionato

alla scuola di Renata Scotto dopo gli studi nella natìa Ankara. I suoi idoli sono Gigli,Di

Stefano, Pavarotti ,una linea che definirei “aurea” e conversare con Karahan significa sentir

nominare questi tre pilastri della vocalità con devozione e volontà di continua ricerca

tecnica. Prima dello spettacolo i vocalizzi si spingono fino al fa e al sol sopracuti, eseguiti

con una facilità e una libertà di suono da non credere. “E’ la antica tecnica della grande

scuola italiana” , ci dice Murat Karahan, “la gola aperta,  appoggio e maschera, mai

spingere alcun suono, restare morbidi e non pensare ad alcun passaggio.Bisogna salire in

assoluta libertà, senza contrazioni.” E’ un vero piacere parlare con lui di tecnica, in un

mondo soprattutto tenorile, popolato da nasi, gole profonde, suoni morchiosi ,acuti

traballanti.” Io adotto il sistema dell’aperto\coperto ,l’unico che possa assicurarmi una salita

comoda verso l’acuto”, dice Karahan, “ non si deve coprire chiudendo la gola ma con il

sostegno del fiato.” Ambrosia per le nostre orecchie. Un giorno voglio dedicare al tema

dell’aperto\coperto un ampio articolo:Kraus diceva le stesse cose  ,”Si deve coprire con la

testa ,non con la gola!”, precetti aurei ma non per tutti. Il guaio di oggi sono i molti pessimi

maestri in circolazione.

 

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Inutile dire che i momenti apicali della Turandot di Ankara sono stati le arie di Calaf, la

chiusa impressionante dell’aria di Turandot con un do all’unisono di stupefacente

lucentezza, l’altro luminosissimo do acuto “Ti voglio ardente d’amor” nel secondo atto, il

finale di Alfano cantato con assoluto dominio di ogni frase.

 

Al fianco di questo caterpillar della vocalità, un cast molto omogeneo e selezionato con

cura: la Turandot limpida e svettante di Mehlika Karadeniz Bilgim, che si è imposta in una

prestazione in crescendo, regalando lame di suono impressionanti nell’atto finale; la Liù

attenta e concentrata di Tugba Mankal; il magnifico Timur del basso Safak Gük, davvero

impressionante per squillo e bellezza timbrica; un Trio ben assortito di Maschere con il

baritono Cetin Kiranbay e i tenori Arda Dogan e Veysel Bans Yanç. Di grande spicco il

Mandarino del baritono Umut Kosman e l’Imperatore del tenore Cem Akiüz.

 

A rappresentare l’Italia due caposaldi essenziali dello spettacolo: il maestro concertatore 

Antonio Pirolli e il regista  Vincenzo Grisostomi Travaglini, che in Turchia è di casa da quasi

vent’anni con reiterati e apprezzatissimi consensi. La direzione è stata di rara compattezza

e brillantezza, direi asciutta, senza  cedimenti e questo ha garantito uno svolgimento molto

coerente e regolare, con Coro e Orchestra di rara precisione.Ottimo il lavoro svolto dal

Maestro del Coro,Gianpaolo Vessella, anche lui in scena assieme ai Suoi.

 

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La messa in scena, assolutamente ligia alla tradizione, vedeva rispettato il clima fiabesco

voluto da Puccini, senza stravolgimenti di sorta. Molto curate quindi le scene di Ozgür Usta

e i costumi di Savas Camgöz, così come le perfette coreografie di Göksel Armagan Davran.

Vincenzo Grisostomi Travaglini ha “raccontato” al pubblico la Turandot così come Puccini

l’ha concepita, cosa oggi affatto scontata ; ricordiamo che fu sua la regìa ad Aspendos che

riportò l’anno scorso Turandot in Turchia dopo 18 anni. Un lavoro molto meticoloso e fatto

con amore e competenza, uniti all'esperienza accumulata in questi ultimi anni.

Grandissimi applausi per lo spettacolo al termine e continue chiamate alla ribalta .

 


 
BRAVO BRAVO DON PASQUALE
Mercoledì 13 Marzo 2019 20:55
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Il Carlo Felice di Genova ripropone dopo molti anni di assenza dal cartellone un classico

dell'opera comica, per non dire una summa: il Don Pasquale di Donizetti, un tempo

opera di pieno repertorio, oggi un pò meno ma sempre una splendida occasione per

ammirare il genio dell'autore bergamasco. L'edizione genovese punta su un cast molto

ben amalgamato, capitanato da una fuoriclasse che -udite udite- cantava per la prima volta

in Italia il personaggio di Norina: Desirée Rancatore. Una felicissima intuizione quella di

aver proposto alla Rancatore un ruolo cucito su misura per lei. Norina è un lirico di agilità

e nel corso della sua storia è stata interpretata dalle più grandi vocaliste della corda

eminentemente lirica: senza andare troppo indietro nel tempo ricordiamo almeno la Scotto,

la Dessì , la Netrebko, tutte voci in grado di spaziare ben oltre i limiti imposti dal

repertorio leggero. La Rancatore è perfetta, sia come vocalità sia come carattere: nei vari

passaggi della vicenda può giocare a far la maliziosa, la civetta, la bizzosa ma anche

l'innamorata persa del suo Ernesto, superando ogni ostacolo vocale con grazia e persino

strafottenza : la bomba che chiude il grande concertato del secondo atto è un evidente

omaggio ai nuovi approdi della Rancatore, non più usignolo liberty ma anche intensa

tragédiènne in Norma e Traviata.Magnifico il duetto con Ernesto e il finale, variato a

regola d'arte.

Con un simile motore in scena, il resto del cast ha  potuto divertirsi e lasciarsi andare a una

magnifica performance.

 

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Per  primo il memorabile

Ernesto di Juan Francisco Gatell, tenore di grazia degno erede del sommo Luigi Alva.

Intonatissimo, nobile, sicuro in ogni passaggio, Gatell ha avuto calorosi applausi sia

nell'aria "Cercherò lontana terra"  sia dopo la Serenata dell'ultimo atto, eseguita da grande

tenore.

Don Pasquale alla Prima era il giovane Giovanni Romeo, bravo in scena e di bella voce

timbrata, decisamente chiara ma molto ben educata, con il baritono Elia Fabbian nei panni

del Dottor Malatesta, forse un pò pesante nelle agilità ma efficace nel caratterizzare un

simpatico gaglioffo.

La regìa ,molto vivace e colorata del duo Doucet-Barbe, ha rispettato la drammaturgìa

del capolavoro senza stravolgerne troppo i connotati. Molti dettagli si perdevano a distanza

ma venivano messi molto bene in evidenza dalla ripresa in streaming e facevano capire il

grande lavoro svolto.

Ottima la prova dell'Orchestra guidata da Alvise Casellati, brillante e meticoloso al punto

giusto con qualche rallentando di troppo ma nel complesso efficace.

Bravo il Coro, istruito da Francesco Aliberti.

Un bel colpo messo a segno dal teatro genovese, dopo lo splendido Simon Boccanegra di 

un mese fa.

 

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"Iniqui tOtti!" ,Maria Stuarda all'Opera di Roma
Venerdì 24 Marzo 2017 09:26

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La prima di Maria Stuarda di Donizetti approda con successo all'Opera di Roma, grazie al

determinante apporto di una coppia di primedonne fuori dal comune: la dolce e

imponente Marina Rebeka nel ruolo protagonistico e la fantastica Carmela Remigio come

temperamentosa Elisabetta. Direi che quest'ultima abbia sbaragliato il campo con la sua

prorompente personalità, centrando la psicologìa del personaggio e muovendosi in scena

con la disinvoltura che ben conoscevamo.Grazie a queste innate doti, affinatesi nel tempo

e con l'esperienza, la Remigio ha fatto dimenticare qualche asprezza di troppo nel timbro.

 

Marina Rebeka è una importante Maria Stuarda, alta e maestosa comme il faut e dalla

voce morbida e rotonda, dolcissima nei pianissimi e sfogata verso i sopracuti, anche se

talvolta un po' avventurosi. Memorabile la sua Preghiera e tutto il finale, che è un vero

banco di prova per ogni belcantista che si rispetti. Lanciatissima a livello internazionale,

la Rebeka è in possesso di una vocalità molto duttile e teatrale, si sente-cioé- che

può serenamente affrontare i grandi palcoscenici e qualsiasi tipo di concertazione.La

sua voce spiccava più di tutte nei concertati e nelle scene di assieme. A questo si

aggiunge l'allure regale e la bellezza, che giovano in ogni caso.

 

Note dolenti per il reparto maschile, eccezion fatta per l'ottimo Cecil di Alessandro

Luongo, di voce squillante e molto incisiva sulla scansione della parola.

 

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Il tenore Paolo Fanale che a detta degli ascoltatori radiofonici appariva addirittura

magnifico, in teatro si presentava con voce fortemente ingolata e con vistosi suoni

“indietro” , tanto da risultare coperto in moltissime occasioni dall'orchestra e dai colleghi

durante le scene d'assieme. Questo accade esattamente con le voci che presentano

vistose problematiche di impostazione: in radio o in disco sembrano fulmini di guerra, dal

vivo abbiamo il tragico effetto “pesce”. Peccato perchè vi sarebbero tutte le carte

necessarie per poter emergere nel repertorio donizettiano:personalmente ricordo un buon

Nemorino, anche se in un teatro più piccolo e molto più favorevole in quanto ad acustica.

Se posso permettermi un consiglio, visto che parliamo di un giovane in rapida ascesa:

occhio alla posizione del suono, che è inutile gonfiare artatamente ma che va mantenuto

alto, piccolo e raccolto (vedi: Pavarotti) e attenzione a lasciare pure le vocali, una U è una

U ,non si può sentire “Iniqui tOtti!” , anche se siamo a Roma e la frase potrebbe suonare

come omaggio al notissimo capitano della squadra di calcio.

 

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Molto male il basso Cigni, che sembra cantare con tre voci sovrapposte, tanto opachi e

pieni di aria sono i suoni che emette, tra l'altro fuori stile.

 

Ottima la prova di Coro e Orchestra, guidati con sapienza e attenzione massima da Paolo

Arrivabeni.Tempi giusti, pulizia negli attacchi, controllo battuta dopo battuta.

 

Lo spettacolo, funzionale ed essenziale come sempre in questo repertorio , con la regìa

di Andrea De Rosa e le scene di Sergio Tramonti. Bella l'apparizione del patibolo prima

della grande scena di Stuarda e belli i costumi di Ursula Patzak.

 

Successo per le primedonne e applausi fiacchi in generale.

 

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Il Barbiere surreale ed esilarante di Davide Livermore
Sabato 13 Febbraio 2016 09:46

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Non mi sono mai divertito tanto a un Barbiere di Siviglia e ci voleva quello firmato da Davide Livermore all'Opera di Roma, in occasione del bicentenario del capolavoro , per mettere totalmente in luce l'aspetto surreale e provocatorio che tanta fama diede al suo Autore.

Spettacolo che per ritmo, colori, atmosfere macabre, e costumi poteva far pensare allo “spiritello porcello” Beetle Juice di Tim Burton, dove ogni battuta dava l'occasione per scatenare la fantasia del regista. Spettacolo, specifico bene, che visto a casa davanti al televisore, perde il 75% della sua geniale vitalità e che solo l'ampiezza e la dimensione grandangolo del Teatro possono valorizzare, ivi comprese le facce stralunate di molti spettatori, anziani e meno anziani, pronti a decretare il più solenne dei fiaschi, con oceaniche ondate di “buuuh!” all'uscita del regista .

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I malumori sono iniziati allorché , proiettati sul megaschermo posto in proscenio, sono apparsi alcuni pupazzi animati : Luigi XVI, Saddam Hussein, Francisco Franco , Stalin, Hitler e persino Mussolini a testa in giù....tragiche marionette di un tragico teatrino che è il Mondo. Cos'altro sono?? Dittatori, pazzi, scriteriati afflitti da smanie di gloria e di potere presunto....ma in sostanza burattini, manovrati da sempre e per sempre da chi sulle guerre specula, da chi attraverso le dittature guadagna. Beaumarchais, Rossini , sapevano benissimo che non esiste altro miglior commento della musica per raccontare una “folle journée” come quella della Vita, come quella della Storia che , appunto, è fatta di pupazzi animati, ora lugubri e funesti, ora divertenti , ora geniali, ora mostruosi.

Livermore, regista musicista tra i più intelligenti e preparati dei nostri tempi, ha osato tutto ciò ed è stato gratificato dalla quasi totale contestazione del pubblico romano: pubblico preoccupante e pauroso, succubo, rassegnato. Scandalizzato alla sola vista di Hitler e Mussolini ...c'è veramente da preoccuparsi.

 

Il Barbiere di Siviglia si presentava con costumi scene e luci firmate da Livermore, costumi meravigliosi di Gianluca Falaschi, illustrazioni di Francesco Calcagnini, proiezioni a cura della D-WOK ed effetti del mago Alexander, che ha prodotto esilaranti soluzioni scatenandosi soprattutto sulle figure del Conte Almaviva, cui veniva mozzata la testa al termine della cavatina...e di Don Bartolo, comicamente arrotolato su sé stesso durante la memorabile Scena della Barba nel II atto. Mai un attimo di sosta, un ritmo narrativo incalzante, forse - ed è questo il mio unico rilievo- troppo tetre le luci soprattutto nel I atto, dove un gioco più vivido e colorato avrebbe aiutato non poco la definizione di molte fantastiche gags.

Un gruppo di mimi-attori strepitosi ha regalato momenti epici: come il balletto dei corpi con le teste mozze durante la cavatina di Figaro e le incredibili controscene in cui i corpi dei protagonisti si allungavano, protendendosi da una parte all'altra delle porte. Scene rese mitiche da Stanlio e Ollio o Buster Keaton, non facili da riportare in teatro dove non v'è l'aiuto della macchina da presa e della post-produzione.

Un orso ballerino e  persino cantante, un topone che attraversava la  scena, tantissime  immagini che si alternavano sugli schermi...il  finale  primo  danzato  come  in una  discoteca la notte di Halloween.

 

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Il cast vocale e la direzione.

Partirei dalla saggia e consapevole bacchetta di Donato Renzetti, che mai come in questo Barbiere ha aiutato i cantanti che aveva a disposizione, ora attenuando le sonorità dell'orchestra ora seguendo con tempi calibrati e attenzione certosina. Qualche taglio qua e là ma l'edizione si presentava quasi integrale.

Figaro era Florian Sempey, un giovane baritono di bella brunita vocalità, facile all'acuto ma che deve assolutamente maturare il personaggio, cantato in modo troppo sussiegoso: gli mancava la brillantezza e l'argento vivo dei grandi....diamogli tempo.

Edgardo Rocha è un Conte Almaviva scattante e di bella linea garbata, alla maniera dei classici tenori di grazia stile Alva: ma la voce risuona un po' piccolina e “stretta” , nonostante egli canti con proprietà tutte le note e anzi ne aggiunga altre , persino nella difficilissima aria finale “Cessa di più resistere” , in cui resta insuperabile Juan Diego Florez.

Rosina era Chiara Amarù, giovane mezzosoprano di bellissimo colore ma che in questa occasione ho trovato stranamente in difficoltà sull'intonazione, che “scivolava” pericolosamente tra una coloratura e l'altra, soprattutto quando la voce saliva per poi ridiscendere nelle volatine. Una serata non felicissima per lei che ha doti di primissima qualità e talento da vendere.

Strepitosa la sicurezza e la presenza di Ildebrando D'Arcangelo, che doveva rappresentare un Don Basilio storpio con un rumorosissimo braccio metallico: alcune note alte volavano in sala con grande spessore, più debole il registro grave.

Molto teatrale la voce del Don Bartolo, Simone Del Savio, tra l'altro ottimo attore, costretto su una sedia a rotelle ma ciononostante agilissimo.

Molto brava la Berta di Eleonora De La Pena e il tonante Ufficiale di Riccardo Coltellacci, che ha cantato le sue frasi come se fosse Mefistofele.

In sala presente Placido Domingo, al quale ho chiesto se oggi si sente più tenore o più baritono. Mi ha risposto: “Io sono SEMPRE tenore.”

 

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