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PER CHI STONA LA CAMPANA: DON GIOVANNI alla SCALA
Mercoledì 07 Dicembre 2011 23:02

 

                                               don_giovanni__locandina__buona

E' una prassi ormai consolidata del 7 dicembre, alias Sant'Ambrogio, costruire l'evento assai prima che questo si realizzi sul palcoscenico del Teatro alla Scala. E' una sorta di 'coccodrillo' giornalistico al positivo, naturalmente: trionfo annunciato, sfilata mondana, eccezionale cast, esecuzione memorabile.

Nel 2011 questo evento cade in un momento totalmente sbagliato per decantarne le sperticate lodi: sono i giorni delle tasse, della crisi, dell'Europa (sic??) che soccombe e vacilla sotto i colpi dei ricatti internazionali, i giorni di Monti e Napolitano, che come due vecchi compari occupano il palco reale , un po' automi un po' statue del Commendatore. E il Sublime, che sempre ci sorprende, giunge esattamente quando Carsen decide di piazzare proprio il Commendatore mozartiano tra Napolitano e Monti, formando così un trio che è meglio dei Tre Tenori , forse.

                                                   don_giov__presidente

Il Don Giovanni diventa così un simbolo di questa Italia, di questa Scala, di questa Europa, dei tempi che viviamo o in cui molti sopravvivono: non è più l'evento dei tempi d'oro di Ghiringhelli o Badini o Grassi o persino Fontana (oggi voglio rovinarmi!), ma è un Don Giovanni della porta accanto, a Roma si direbbe “de noantri”, uno spettacolo che  lo stesso  Daniele  Rubboli al Rosetum. Con qualche soldarello in più, avrebbe potuto organizzare in maniera fors'anche più decorosa.

  Cominciamo dunque dalla regìa (sic ?!?) di Robert Carsen, che egli stesso ha definito “un omaggio alla Scala” . L'omaggio, così dice Lui, viene realizzato in un Nulla travestito da Scala. Provo a spiegarmi meglio: in scena non c'è nulla, la scena è in vacanza o in sciopero -fate voi. C'è il sipario e un 'altra serie di sipari, un buio quasi perenne, i personaggi che passeggiano, rotolano, si agitano senza un valido “Perchè?” . Già, perchè chiedersi “perchè?” , direte voi. Ma un Perchè c'è sempre, soprattutto quando si deve frugare nel vuoto di idee e di scenografie. Adesso arriverà qualcuno, sempre molto intelligente, a spiegarci che invece c'è questo e quest'altro, che la regìa è “geniale”. Un'altra parola di cui si abusa , nei nostri tempi.

                        don_giov__carsen_buona R. Carsen


 

Io di geniale non ho visto nulla...ma proprio nulla. Anzi, scusate ma ho visto parecchie sciocchezze, per non usare termini che possano risultare troppo offensivi: Elvira vestita inizialmente da Dick Tracy poi in sottoveste per tutta l'opera, salvo qualche rara parentesi in cui sfoggiava un abito rosso sipario, tanto per non farci dimenticare il triste Leitmotiv di questo spettacolo; sempre Elvira che ride alla lettura del Catalogo di Leporello; “Già che siam verso sera” dice il protagonista nel II atto e le luci della sala si spengono; Zerlina che prende a calci Masetto prima di “Vedrai carino” (per come cantava...immagino); esce una donna nuda dalla buca orchestrale dopo il Sestetto...ma chi è? Dov'era? Cosa faceva...? Forse un “servizietto” al maestro Barenboim...si sa....durante i recitativi, ci si annoia; l'orrenda diapositiva del Teatro alla Scala vuoto, proiettata sul fondale per la scena finale, così simile a quei telegiornali di 30 anni fa, in cui l'inviato Sandro Paternostro parlava da Londra con la foto del Big Ben alle spalle (in realtà era in mutande a casa sua, in una stanza 4m x 4 !).

                                   don_giov__scala__cavalli

Insomma...il Nulla elevato a finta Arte. E , come ben disse Hugo De Ana (un regista VERO): “Queste cose...costano... quanto e PIU' di uno spettacolo apparentemente costoso, con le scene costruite!”.

Per Carsen Don Giovanni appare come un indifferente dandy, anche vagamente annoiato....può essere una soluzione: del resto Don Giovanni lo avrebbe messo in scena così anche mia nonna, essendo una di quelle opere-capolavoro in cui ogni idea, anche la più idiota, funziona. Però questa impostazione nuoce alla figura allampanata del baritono Peter Mattei, un ottimo vocalista, ma che si presenta come una via di mezzo tra Neri Marcoré e Jim Hutton il celebre Ellery Queen televisivo, cioè con quella allure e quella faccia un po' “appesa” , vagamente da “menagramo” , diciamo pure con una capacità seduttiva pari a quella d'un merluzzo lesso. Colpa del regista averlo conciato così e averlo fatto recitare così: un bravo regista AIUTA e MIGLIORA i suoi attori, non li mortifica.

           don_giov___hutton j.Hutton    don_giov_marcor n.marcoré          don_giov__PETER__MATTEI    P.Mattei

Stesso trattamento per la “bellona” della compagnìa, Anna Netrebko, letteralmente massacrata dalla mise imposta da Carsen: praticamente la sorella più giovane e  pingue  di Marta Domingo, impossibile  conciarla  così. A una donna in carne, poi, NON si scoprono le braccia e le spalle in quel modo.

                                      don_giov__marta_domingo  M.Domingo


Veniamo alle voci.

Su tutti sono emerse le buone vocalità di Barbara Frittoli, magistrale nei recitativi e un po' meno brava nelle terribili arie di Donna Elvira, dove qualche nota si perdeva per strada, e di Peter Mattei, stilista impeccabile, di bel colore, intonato, espressivo. Peccato le urla nel Finale, davvero fuori luogo.

La Netrebko, in sospetto di microfono nascosto tra le tette (si è sentito in maniera distinta nel duetto finale con Don Ottavio, ma voglio verificare meglio), ha indubbiamente una grinta e un bellissimo colore di voce ma, come in Anna Bolena le cose andavano per il verso giusto, qui in Mozart sono venuti a galla alcuni brutti difetti: 1) l'eccesso d'impeto nei recitativi per strafare , quando Donn'Anna non è Giorgetta del Tabarro; 2) l'intonazione non sempre cristallina, anzi...; 3) i colpi di glottide per agilità e acuti, soprattutto nel rondò “Non mi dir” , che ha rasentato il miracolo di una Donna Gallo Bis.

Purtroppo di Giuseppe Filianoti dobbiamo verificare ,ancora una volta, le cattive condizioni generali, con una intonazione non accettabile e una prestazione perennemente preoccupata.

Restano Bryn Terfel, stremato, con la voce vuota in basso e perennemente morchiosa, schacciata tra naso e gola, tremendo nell'aria del Catalogo, in cui si è impiccato nella nota tenuta della “grande maestOOOsa” , già cavallo di battaglia (persa) di Claudio Desderi; la coppia Zerlina-Masetto da dimenticare totalmente, non mi fate dire altro, e il senile, traballante Commendatore, tra l'altro un nano o quasi, che collocato accanto a Peter Mattei, dava luogo alla classica coppia definita a Roma de “l'olivaro cor secchio”.

Manca Barenboim, che a me ha dato l'impressione di un capitano in mezzo ai flutti, con un timone spezzato al posto della bacchetta. Qualche sprazzo buono alternato a lentezze inspiegabili e a confusioni non tollerabili in una occasione tanto grande e strombazzata. Tuttavia io non lo avrei fischiato per la direzione bensì per aver avallato alcuni elementi del cast.

Il pubblico, buonista fino all'eccesso, ha tuttavia contestato Carsen e Barenboim. Il che, equivale, a un successo per un regista à la page.

                                 don_giov_scala__applausi


Riceviamo  e  volentieri pubblichiamo:


Gentile Enrico,
le scrivo spinta dal desiderio di esprimerle il mio vivo consenso per il suo articolo sulla prima alla Scala.
Non ero presente all’evento ma – date le condizioni in cui versa la “musica” italiana – non stento a credere alle sue parole.
Certo, ci vuole coraggio per demolire un’istituzione apparentemente intoccabile come La Scala di Milano.
Forse – e dico solo forse – l’ormai evidente collasso artistico ha a che fare con la totale assenza di meritocrazia (nei concorsi e non solo), con l’abuso di potere (che avviene in questo come in qualunque altro mestiere) e con un fenomeno nuovo che appartiene decisamente a questa generazione di “artisti”: il delirio di onnipotenza.
Sì, perchè quando per anni “fenomeni” che non erano tali raccoglievano plausi al di là del reale prodotto che sapevano offrire si è in qualche modo sparsa come un morbo l’idea che la realtà dei fatti non fosse così importante. La cosa veramente importante era ciò che “si diceva in giro”. Ciò che scrivevano sui giornali scribacchini incompetenti comprati dal sistema. Ciò che si offriva in tv come “eccellenza” della musica in Italia, certi del fatto che ormai nessuno fosse più in grado (nè avesse intenzione) di distinguere tra chi possedeva reali competenze – e faceva la fame - e chi millantando di possedere doti straordinarie riempiva vacui trafiletti e pingui stomaci.
Probabilmente l’aria è cambiata. Anche di poco. Non ha importanza.
Quando un castello è costruito sulla sabbia basta poco per farlo venire giù.
Quindi buon lavoro!
E complimenti per la sua “penna audace”.
Francesca G.


Grazie  Francesca, condivido in tutto e  per  tutto le  tue  parole. Ribadisco  che  trovo  indecente  che  un teatro così importante  e  rappresentativo  per il nostro paese  proponga  un simile  spettacolo. Ma  non bisogna  mai  allinearsi  alla  società  del  'consenso organizzato'. Una  mail  come  la  Tua  sprona  a  continuare  sulla  strada  del  giudizio magari  duro  ma  LIBERO.
                                                        *****************************************************

Caro e bravo Enrico Stinchelli ho letto il suo blog : ottimo sullo spettacolo alla Scala.
Da anziano critico teatrale che non vuole più occuparsi di teatri nelle attuali condizioni ho
però ritenuto un dovere scrivere su Facebook  quanto segue che mi piace inviarle

"

Don Giovanni di Mozart alla  Scala: applausi, applausi.
A parte il fatto che io metterei il costo dell'operazione nei titoli di coda
perchè certi lussi da satrapie forse non ce li possiamo permettere più,
e che mi hanno meravigliato Monti  e Napolitano a fare da comparsa per il Commendatore
apparso nel loro palco reale nel finale (mamma mia!),
affermo che la regia è orrenda, opulenta  e sciatta,
e che alla musica di Mozart non resta che andarsene
per i fatti suoi ... su un'altra autostrada ..verso il cielo.
Io vedrò vedere una partita di calcio del Barcellona (audio muto)
ascoltando Mozart.
Il talento costruito genialmente ed il genio misterioso (dal cielo disceso)
si incontreranno, finalmente!
(E invoco una prossima regia del Don Giovanni: un austero Sacro Mistero senza scene
se non i video del Barcellona ...).""

Egidio  P.

 
TROVATORE a VENEZIA , l'atteso debutto di FRANCESCO MELI
Lunedì 05 Dicembre 2011 08:03

                                                 trovatore_venezia__fenice Venezia, T.La Fenice

 

Lungo e felice il connubio che lega il Trovatore alla Fenice di Venezia: una delle opere più belle e uno dei più bei teatri d'opera , i cui fantastici stucchi dorati sembrano l'ideale cornice del capolavoro verdiano. Non è un caso che uno degli incipit cinematografici leggendari sia appunto il finale del III atto del Trovatore in “Senso” di Visconti , dove la Fenice e la squillante “Di quella pira” salutata dai volantini insurrezionali restano il più bell'omaggio a questo teatro mai realizzato finora.

                                     trovatore__venezia__senso_locandina

La produzione cui ho assistito ieri, seconda recita pomeridiana, si è conclusa con un grande successo per tutti i protagonisti , eccettuata qualche sonora contestazione per il maestro Frizza, direttore e concertatore dello spettacolo. Luci e ombre, quindi, che sarà bene esaminare partendo dall'allestimento, firmato da Lorenzo Mariani. Brutto, decisamente brutto, con quel misto di polveroso e pretenzioso al tempo stesso, che produce il solo effetto di rimpiangere da un lato la serena compostezza di un Beppe De Tomasi e dall'altro la provocatoria brutalità di Calixto Bieito. Una scena spoglia, una strana landa semirocciosa a metà strada tra il Sahara e la strada che collega Avetrana a S.Cesareo in Puglia (senza gli ulivi secolari, però!) , sullo sfondo una riproduzione mal realizzata di Castel Del Monte, alcuni elementi che apparivano nel corso delle varie scene: un cavallo bianco di gesso, un drappo appeso che poi cadeva a terra nella scena del carcere (sollevando un nugolo di polvere),una  enorme  luna  ora bianca  ora  rossa sul fondale,  un letto (?!) nella scena dello sposalizio di Manrico e Leonora (in cui si presume debba consumarsi la prima notte, in barba alle “gioie di casto amor” vagheggiate dalla coppia) . Ma a parte la bruttezza delle scene, con quel castelletto sullo sfondo sproporzionato , è la regìa , a tratti strampalata, ad aver gravemente nuociuto allo spettacolo: “Venite intorno a me!” dice Ferrando all'inizio dell'opera e tutti sono intorno a lui da un quarto d'ora (?!) , Manrico canta “Ah sì ben mio” andandosene al proscenio e rivolgendosi al pubblico, senza mai filarsi la povera sua Leonora, costretta a raggiungerlo come per rammentargli “Ehi, guarda che ci sono anch'io!” , il Conte che si avventa su Leonora e la seduce (vestito di tutto punto!!!) al termine del duetto, mentre Manrico e Azucena passeggiano tranquillamente davanti a loro … insomma....ce n'è abbastanz a per stendere il classico velo pietoso su questo allestimento proveniente da Parma e che a Parma sarebbe dovuto rimanere, chiuso in qualche magazzino di cui andava persa la chiave.

                                     trovatore_venezia__scena

Ombre, purtroppo, anche sulla direzione d'orchestra, a cura del maestro Frizza. Non è stato Verdi ma direi piuttosto un Rossini giocoso, o il Donizetti della “Fille du régiment”: mancava il colore, plumbeo e denso, della autentica orchestra verdiana, l'orchestra suonava brillante sì ma leggerissima, con accordi staccati e petulanti, e tempi davvero strambi: velocissime le arie , “Ah sì ben mio” sembrava “Ah non giunge” , il finale di Sonnambula. No. Più che meritate le contestazioni al direttore che, evidentemente, non si trova a suo agio in questo repertorio o ne ha un'idea tutta sua, non condivisibile.

Protagonista, attesissimo, il tenore Francesco Meli , che debuttava Manrico dopo una brillantissima carriera che lo ha visto emergere nel classico repertorio belcantistico. Voce di magnifico smalto e naturale lucentezza, dizione scolpita, volume e fraseggio da grande interprete: una prova che almeno per un buon 98% può dirsi non solo riuscitissima ma pressochè perfetta. Un Manrico giovane (com'è in realtà) , ardente, autorevole. Chiude il primo atto con il re bemolle all'unisono con Leonora (“E' psicologicamente più facile” , confesserà nell'intervista dopo lo spettacolo), svolge in modo encomiabile i duetti con la madre, cesella l'aria “Ah sì ben mio” con intenzioni e morbidezze inusitate e arriva alla Pira , che è lo scoglio forse più temuto dell'intera storia operistica, con quel minimo di lecita preoccupazione concessa a ogni giovane interprete e ,a maggior ragione , da concedersi a un Manrico giunto alla sua seconda recita. La cabaletta viene eseguita due volte, abbassata di tono (si maggiore in luogo del temuto e temibile do ), il primo “ o teco” è preso ma con evidente paura e suona decisamente indietro, il secondo si acuto, l'”all'armi”, è più convinto all'inizio ma si chiude in modo avventuroso, con la gola che interviene proditoriamente. Ho parlato di questo con Francesco Meli, che molto onestamente ha confessato di aver sempre avuto problemi con la sezione acuta della sua voce e che fin dagli esordi ha cercato di evitare le parti troppo estese. In futuro non accetterà , ha detto, ruoli più impegnativi di questo e continuerà con le sue Traviate,Rigoletto, Lucia. “Otello? Nemmeno per idea: è stata una proposta di un direttore artistico (l'omonimo Meli di Parma, n.d.r.) per un Otello particolare, ma per ora non se ne parla. Continuo con le mie opere.” Così ha detto Francesco e io gli auguro vivamente di proseguire in tal modo il suo radioso percorso.

Maria José Siri era Leonora. Magnifica interprete, al pari del suo amato trovatore, in grado di superare tecnicamente ogni ostacolo, compresi i pianissimi in zona acuta alternati a splendide salite al do, soprattutto nella tremenda cabaletta del IV atto. La voce non è bellissima, un po' aspra, ma possiede un colore brunito che dà carattere ai suoi personaggi e l'interprete è sempre molto varia e partecipe. In scena si muove con eleganza e con l'allure dei grandi interpreti.

                                      trovatore_venezia_scena_2

Il baritono Vassallo, Conte di Luna, ha sfoderato un bel colore e un volume notevole, con la giusta protervia che deve a tratti caratterizzare questo personaggio. Peccato che nell'aria “Il balen del suo sorriso” abbia avuto problemi di intonazione e che spesso l'aggressività abbia avuto la meglio sulla morbidezza del suo canto, che resta tuttavia molto autorevole e di alta qualità.

La Simeoni come Azucena merita un discorso a parte. La voce è molto chiara, addirittura più chiara di quella della Siri, e in talune scene come per esempio l'aria “Stride la vampa” e “Condotta ell'era in ceppi”, mancava la cavata dell'autentico mezzosoprano verdiano e la pienezza del registro grave. Non è questione, come ho sentito dire, di un'Azucena giovane o anziana, è questione di VOCE....vorrei fosse chiar questo concetto. Ma attenzione: la Simeoni sa cantare con la sua voce meglio di tanti mezzosoprani, anche importanti. E' musicalissima, possiede un fraseggio perfetto, sale al do e al si bemolle con facilità, interpreta con grande partecipazione emotiva, alla fine convince, nonostante i rilievi di cui sopra. Non le direi mai di insistere troppo con Verdi ma mi piacerebbe ascoltarla in tante opere dove si richiede un solido registro acuto e una sicura interprete.

Giorgio Giuseppini come Ferrando ha avuto buoni momenti nel registro medio-grave, ma in affanno sugli acuti. Tra i comprimari bene la Ines di Antonella Meridda, meno bene Mattiazzo come Ruiz.

 
MACBETH all'OPERA , ed è subito Muti.
Lunedì 28 Novembre 2011 00:21

 

                                                 macbeth_1__folla

 

Il Macbeth di Vedi approda all'Opera di Roma sotto la bacchetta del suo direttore “perpetuo” , Riccardo Muti, e con la regìa di Peter Stein in coproduzione con il Festival di Salisburgo. Spiace che la capitale d'Italia, di questa Italia, sia diventata una sorta di succursale di un Festival , un tempo prestigioso oggi un po' meno: forse è un altro scotto da pagare per l'Europa-Che-Non-C'è o per non si sa quali occulti accordi. Sta di fatto che lo spettacolo importato dalla bella cittadina austriaca è tutto fuorchè un bello spettacolo: la solita scatola nera che abbiamo visto da trent'anni in non si sa quante occasioni, con le solite quattro luci di taglio, con il solito fondale ora azzurro ora bluastro ora arancione, con il solito pannello che fa avanti e indietro da una quinta, tanto per arricchire un po' la scabra scenografia. E' un Macbeth noioso e scontato quello di Stein, che però nel terzo atto non manca di inserire qualche “fantastica” trovata: mentre Macbeth giace steso dopo la scena delle apparizioni, viene circondato da un nugolo di bambini e bambine vestite di bianco, una sorta di improvvisato Kindergarten, che si mettono a danzare e a giocare come in una strana festicciola en plein air. Le stramberìe non finiscono qui: il famoso balletto, concepito da Verdi per l'Opéra di Parigi, viene eseguito all'inizio del III atto come intermezzo sinfonico, a sipario chiuso. Perchè mai? Non ha l'Opera di Roma un corpo di ballo ? Così ci tocca assistere a uno stravagante concerto, tra l'altro un  pò  enfaticamente eseguito dal Direttore Perpetuo. Last but not least, le proiezioni che commentano le frasi di Macbeth , con le immagini della Dinastia Reale inglese, e quando questi canta “Oh vista orribile, oh vista orribile” appare in alto la faccia di Elisabetta II: effetto quanto mai comico.  Bisognerà  anche  spiegare  a  Herr  Stein  che  le  streghe  del  Macbeth  non sono personaggi  buffi  e  che  vederle  ballare, come  nella  disneyana  Spada  nella  roccia, non è  un effetto   propriamente  indovinato.

                              macbeth__streghe

Veniamo dunque a questa concertazione. Si è parlato molto in questi ultimi anni di un Muti più meditativo, meno enfatico, alla ricerca di sonorità più soffuse e crepuscolari....ma dove?!? Ritroviamo il Muti che ben conosciamo dai tempi del Maggio Fiorentino e poi della Scala: fin dal preludio dell'opera vi sono le note scelte dinamiche strampalate, con tempi ora strettissimi ora sdilinquiti in esasperanti lentezze, con irruenti entrate di ottavino e legni, poderosi squilli degli ottoni, strappate di contrabbasso e via discorrendo. E' il campionario del Muti con l'elmetto , che guarda al primo Verdi come a un bersagliere con schioppo in spalla e sciabola al fianco sempre pronto alla carica. Vi sono buoni momenti nella concertazione, non è tutta una giostra ma vengono puntualmente mandati a ramengo da incredibili cadute: come il finale I , per esempio, dove lo stringendo del Coro “L'ira tua, formidabile e pronta” rievoca climi più circensi che drammatici, o le stesse musiche del Balletto, che dovrebbero rievocare Ecate e invece fanno pensare a più villerecce Sagre paesane.

                         macbeth_stein_streghe

Veniamo alle voci, per lo più travolte dalle sonorità mutiane ma non per esclusiva colpa del Maestro, sia ben chiaro. Tatiana Serjan è Lady Macbeth: una bella figura senz'altro e una bravissima attrice, ma la voce è afflitta da un vibratino stretto abbastanza fastidioso e nonostante una certa sonorità di base, tende ad andare “indietro” su si naturali e do. La nota più bella della serata è stato il periglioso re bemolle che chiude il Sonnambulismo, nel IV atto, ma non può bastare. Il protagonista è il baritono Dario Solari, che per aggiungere autorevolezza al suo personaggio fa l'errore di gonfiare i centri e ingrossare troppo la voce, a discapito dello squillo :peccato, perchè oltre a essere un ottimo fraseggiatore è anche un artista che sa stare in scena. Il basso Riccardo Zanellato è bravo ma insufficiente come Banquo: nella grande aria non riusciva a imporsi e restava nell'ambito di una buona routine.

                         macbeth__finale

Antonio Poli è senz'altro un tenore di bellissimo colore e canta con molto gusto, ma non ha il volume necessario per un ruolo che è da tenore lirico spinto se non addirittura drammatico. Così l'entrata del I atto passa quasi inosservata e la cabaletta che segue l'aria, in coppia con l'altro tenore (Malcolm), lo vede soccombere accanto al collega (il tenore Antonio Corianò).

Da segnalare la bravissima Anna Malavasi come Dama di Lady Macbeth, il Medico di Gianluca Buratto e le tre Apparizioni, tutte voci molto intonate: Luca Dall'Amico, Claudio Prosperini e Marta Pacifici.

Da lodare incondizionatamente Coro e Orchestra dell'Opera di Roma, che hanno dato il massimo.

                                     macbeth__muti_e__stein R.Muti  e  P.Stein

 
SALERNO: intervista ad ANTONIO MARZULLO, dopo il TROVATORE.
Giovedì 06 Ottobre 2011 20:16

                                                            salerno1 Salerno, T.Verdi

 

Il nostro segreto? Competenza, assenza di lacci burocratici, scelte oculate, risparmio e spirito di squadra” , così il direttore artistico del Teatro Verdi di Salerno, Antonio Marzullo, sintetizza le principali caratteristiche della gestione di un teatro che abbiamo più volte definito “modello” e che rappresenta la più felice realtà artistica e organizzativa presente in Italia.

                                         marzullo_antonio Antonio Marzullo


Lo abbiamo incontrato al termine di una incandescente esecuzione del “Trovatore” di Verdi, diretta dal maestro Daniel Oren, con Marcello Giordani nel ruolo di Manrico, la giovane Maria Agresta come Leonora, il baritono Paolo Gavanelli come Conte di Luna e la spettacolare Dolora Zaijch come Azucena. La regìa affidata a Renzo Giacchieri e un trionfo al termine, con teatro esaurito ça va sans dire.

“Il nostro Sindaco, De Luca, voleva l'eccellenza “ , prosegue Marzullo, “pensando a un generale risanamento e abbellimento della città, quindi con il Teatro Verdi come fiore all'occhiello. Il Ministero ci dà una miseria per otto titoli in cartellone, 150.000 E! Una vergogna..lo dico a voce alta. Abbiamo un budget complessivo di tre milioni di Euro, che per noi è una cifra enorme ma che in qualsiasi fondazione italiana copre , forse, una o due produzioni al massimo. Eppure, da noi i cantanti vengono volentieri e ,anzi, chiedono loro stessi di essere scritturati: attratti da una parte dal carisma del grande Oren, il più grande concertatore d'Opera oggi, dall'altra parte contenti di partecipare a spettacoli eleganti, rispettosi della drammaturgìa e della grande tradizione italiana, con prove calibrate e non esagerate, in un clima festoso, sereno, tra amici.”

Maestro Marzullo, lei ha suonato in orchestra, è importante essere un musicista per svolgere bene questo lavoro?

“E' essenziale. Ho suonato per 25 anni , insegno al Conservatorio, ho un rapporto privilegiato con i professori sia dell'orchestra che del Coro. Certo, non mancano le discussioni, anche le liti ma sempre nel rispetto reciproco e parlando la stessa lingua. Io non capisco come facciano altri direttori artistici , totalmente privi di titoli e competenze musicali...per me è un mistero. “

Infatti ne vediamo i risultati...Non possiamo certo definire “teatri modello” le fondazioni anche più prestigiose..

“Guardi, le dico che non ce n'è uno...dico uno solo al posto giusto in Italia. Io giro molto, assisto a spettacoli sia in Italia che all'estero. L'altra sera ero all'Elektra a Roma...desolante. Un teatro mezzo vuoto, ridotto a succursale di Salisburgo, con costi altissimi, un personale debordante, bilancio sempre a rischio e sovvenzioni altissime. Non è quello il modo di gestire un teatro. Noi cerchiamo a Salerno di dare spazio ai giovani, cantanti, registi... Abbiamo lanciato Celso Albelo, Jessica Pratt, ora la Agresta , che è stata subito presa alla Scala per il prossimo Don Giovanni. Avremo la Norma di Lucrecia Garçia, una vocalità splendida, e al tempo stesso alcuni dei migliori cantanti oggi al mondo: Giordani, la Zaijch, la Serafin, Alvarez, Gazale, la Casolla in Cavalleria rusticana. Persino Jonas Kaufmann e Anna Netrebko hanno accettato con entusiasmo di esibirsi a Salerno in due recitals. E' un lavoro paziente il nostro ma anche realizzato con tenacia e amore. Abbiamo il grande vantaggio di avere Daniel Oren come polo d'attrazione: ogni artista ha voglia di lavorare con lui, perchè ne conosce il valore assoluto e la forza d'interprete.”

                                          oren__2 D. Oren


E il fuoco del “Trovatore” è puntualmente divampato dalla buca del Verdi, ieri sera: Oren segue un ritmo serrato, vibrante, narrativo ma apre oasi liriche non appena la melodia verdiana vola, ora nelle grandi arie, ora nelle frasi topiche dei concertati , seguendo il canto e chiedendo agli interpreti le nuances di cui Verdi ha riempito la sua partitura.

                                  gavanelli__paolo P.Gavanelli


Il cast segue questo tracciato e così assistiamo ad alcuni piccoli miracoli: il baritono Paolo Gavanelli, che conoscevamo come classico “vilain” , piuttosto tonitruante e torvo, riesce incredibilmente a cantare a mezzavoce (e Dio solo sa quanto è difficile) l'aria “Il balen del suo sorriso” e molti altri passaggi analoghi della sua parte: una prodezza che riscatta quasi tutte le mende del suo canto, incline all'accento morchioso e ad acuti più grossi che squillanti. Ugualmente sorprendente il basso Striuli, che come Ferrando supera ogni ostacolo con autorevolezza e smalto da grande interprete.

 

                                giordani_marcello  M.Giordani


Con Marcello Giordani e la Zaijch siamo direttamente sul palcoscenico del Metropolitan: il primo vincente sugli acuti, compresa la Pira in tono (quindi con i do di petto lanciati con sprezzo del pericolo e gioia di tutto il pubblico) , la seconda eccezionale in tutta la gamma: sicuramente il più grande mezzosoprano verdiano al mondo. Voce ferma e di impressionante volume, in basso e in alto fino al do scritto da Verdi, omesso da molte colleghe illustri. Inoltre meravigliosa attrice, sempre dentro la parte, addirittura impressionante nell'ultimo atto.

                                                zajich___dolora D.Zajich


Maria Agresta è al debutto: una voce fresca, di bellissimo timbro, facile al pianissimo, talvolta un po' incerta quasi intimidita dalla parte ma comunque intonata, morbida, credibile. Sicuramente da  seguire  nei suoi prossimi importantissimi  impegni.

                                           agresta__maria M.Agresta


Bene le parti di fianco , la avvenente Stefanna Kybalova come intensa Ines, il tenore Vincenzo Peroni perfetto Ruiz, il vecchio Zingaro del glorioso Angelo Nardinocchi (una frase...ma COME!) , l' “usato Messo” preciso di Francesco Pittari.

Il Coro istruito da Luigi Petroziello è stato , come sempre, inappuntabile musicalmente e molto efficace anche dal punto di vista attoriale, su indicazione del regista Giacchieri.

L'orchestra di Salerno, preparata a dovere, ha superato ogni ostacolo, con una nota di merito alla sezione dei legni e dei violini, magnifici nei pianissimi in zona acuta. Nella Pira , ma non solo, gli ottoni hanno avuto il loro momento di gloria.

La serata si è risolta in un autentico trionfo per tutti, si replica il 7 e il 9.

 


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