Mefistofele, un'Opera da amare
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Venerdì 11 Marzo 2016 08:13

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Dopo quasi sessant'anni il Mefistofele di Boito torna al Verdi di Pisa in una nuova produzione

firmata da Enrico Stinchelli. Incontriamo il regista durante le prove dell'opera e gli chiediamo subito

di raccontarci il suo particolare approccio con questo complesso melodramma.

 

  • E' molto strano il destino del Mefistofele, opera adorata dal pubblico e snobbata dalla critica. La mia posizione, premetto subito, è totalmente dalla parte del pubblico: sono entusiasta della musica e della drammaturgìa, vi sono pagine che restano scolpite nella memoria e la costruzione , pur monumentale, è teatralissima. Ho amato Mefistofele da quando lo ascoltai la prima volta, in un vecchio disco Cetra con la voce incredibile di Giulio Neri, e poi lo vidi all'Arena di Verona con il basso Ghiuselev, Veriano Luchetti come Faust , restando a bocca aperta per le scene, il Coro immenso. Cose che ti restano nel cuore. Al Mefistofele bisogna crederci, amarlo, farsi trascinare con lui nel suo volo ... tutto diventa più semplice.

 

Qual è la Sua idea di partenza per l'ideazione delle scene?

 

  • Sono partito dalla parte più difficile, il Prologo in Cielo. Rappresentare il Paradiso e fare addirittura udire la voce di Dio non è cosa semplice: siamo costretti a porci un po' troppe domande....chi è Dio, dov'è... Facendo leva sull'immaginazione e magari con l'aiuto di alcune buone letture, tra cui senz'altro Goethe ma ancor di più Dante, ho pensato a una fonte inesauribile di Luce e di energìa cromatica. Una scala che porta verso l'infinito, cristalli che coinvogliano come antenne le energìe universali, la nascita del mondo riassunta nelle arcane melodie create dall'Autore, uomo colto e profondo esoterista. Un'atmosfera rarefatta che cela gli angeli e le falangi celesti, dove il Nulla e il Tutto si ritrovano assieme pensando che il microcosmo, il piccolo, contiene in sé il macrocosmo, l'immenso. Mefistofele è alla base di questa scala, sa come si ascende ma non è in grado mai di arrivare in cima poiché la sua conoscenza si ferma, è limitata. Assillato dai cherubini, verrà abbattuto da loro non da Dio: i bambini, la purezza estrema , ma anche la conoscenza estrema. Quando nasciamo abbiamo tutto e sappiamo già tutto, possiamo solo disimparare crescendo: sono quindi i cherubini a vincere sul Male, a bruciare le sue carni con un semplice profluvio di rose. La semplicità, la profondità della superficialità....si pensi a Mozart, il Dio della Musica, un bambino che non crebbe mai per sua fortuna. Mefistofele dice : “Il Dio piccin della piccina terra...”, cerca così di insultarlo ma ha la sventura di venire dal mondo degli adulti. Dio, per me, è un bambino.

 

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Apre questioni molto interessanti e discussioni che potrebbero portarci molto lontano. Boito parte

da Goethe secondo la Sua visione registica?

 

  • Non solo da Goethe. Nella prefazione alla prima edizione del Mefistofele, quella che cadde malamente alla Scala nel 1868, l'Autore elenca una bibliografia abbastanza impressionante, quasi da tesi universitaria. Tipica esposizione di stampo intellettuale e Boito era un fine intellettuale, di corrente  wagnerista. Non a caso il fiasco venne causato dallo scontro con i sostenitori dell'arte verdiana, vista come baluardo di una tradizione contrapposta all'incalzare della cosiddetta “Musica dell'Avvenire”. Le solite faccende, vecchie come il Teatro stesso. In realtà Mefistofele è creatura di Boito, c'è davvero tutta la sua poetica in quelle pagine: il concetto del dualismo, per cui in ognuno c'è il Male e il Bene, la parola usata come caleidoscopio di suggestioni e di emozioni, il gusto dell'orrido, la redenzione attraverso la Conoscenza (scrivo in maiuscolo perchè la Conoscenza non è solo quella accademica, istituzionale, ma è soprattutto quella che non si insegna ma si scopre man mano e  si intuisce).

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Ha parlato in termini positivi della drammaturgìa boitiana, della musica..quindi perchè la critica ha

spesso attaccato questo melodramma?

 

  • Perchè è troppo bello e profondo per molti ignari. Se si resta in superficie tantissimi spunti possono sembrare ridicoli, pleonastici, retorici. Se ci fermiamo al diavolo con le corna finiamo a Geppo! Se pensiamo al Sabba come a una danza di streghe a cavallo di una scopa è finita, siamo al teatrino delle marionette. Tanto varrebbe allora tornare alle regìe stile Ken Russell con il bambino di Margherita in lavatrice e con i sette nani! Mefistofele si rappresenta per lo più in modo grottesco: bisogna crederci invece e seriamente. Quando siamo in Arcadia ho pensato a un clima sospeso, un pianeta lontano, “il regno delle favole” evocato appunto da Mefistofele ma bello, delicato, elegante, sensuale....come è bellissimo il duetto “Lontano, lontano”.

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Opera in un Prologo, quattro atti e un Epilogo...c'è un punto focale?

 

Sì, per me è il terzo atto, la eccezionale Morte di Margherita. E' un capolavoro nota per nota. Ho pensato a

un vuoto assoluto, una cella ridotta a una rapazzola a terra, un vecchio materasso sdrucito, una sediola da

bambina, due candele, un cuscino. In quel Nulla c'è ancora una volta il Tutto: abbiamo a disposizione un

cast di giovani bellissime voci e grandi artiste, Margherita può dimostrare il suo valore con una delle più

straordinarie scene di pazzia offerte dal melodramma, concluse da una melodia struggente “Spunta l'aurora

pallida” , è un vero banco di prova e infatti tutte le più grandi cantanti hanno amato questo ruolo. Non posso

dimenticare la prima incisione della Caballé con Julius Rudel sul podio, incredibile quello che si sente in

quella scena. Non trascurerei però anche l'Epilogo, in quei pochi minuti c'è una sorta di Walhalla che crolla,

la fine di Mefistofele è commovente forse ancor più della fine di Margherita. E' il naufragio di un eroe,

negativo certo ma eroe comunque: Capaneo nell'Inferno di Dante. “Trionfa il Signor, ma il reprobo fischia!”

...e quando si arriva a quel grido sull'Ave possente del Coro è inevitabile la commozione .

 

 

 

Ha scelto una particolare ambientazione? Ha cambiato l'epoca, i luoghi?

 

  - No, perchè? Si può fare tutto e si fa di tutto ma non ne vedo la necessità in questo caso. Io amo e credo  

nel Mefistofele di Boito, adoro Goethe, non sento il bisogno di trasferire tutto su una metropolitana o tra le

dune popolate dai simpatici (si fa per dire) jihadisti! Trovo troppo facile riferire questo capolavoro ai “diavoli”

dei nostri tempi così poco geniali. Lasciamo i vari Mefistofeli in parlamento o ospiti di Porta a Porta...non li

trovo degni della musica meravigliosa di Boito. Siamo a Francoforte, vedremo la Domenica di Pasqua, lo

studio di Faust, vedremo nell'Epilogo le duecentocinquanta voci convocate per questo grande evento al

Verdi di Pisa, ho cercato di far vivere a me stesso e a tutti coloro che verranno in teatro un sogno .Quando

si ha “riconoscenza” per un'Opera...bisogna innanzitutto riconoscerla.

 

(Intervista a cura  di Valeria  Della Mea)

 

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INCONTRO CON IL MAESTRO FRANCESCO PASQUALETTI
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Lunedì 07 Marzo 2016 05:47
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Incontro  con il Maestro  Francesco  Pasqualetti al  Teatro  Verdi  di  Pisa, in occasione  del Mefistofele  di  Boito  che andrà  in scena  il  18  e  20  marzo, poi a  Lucca  e  Rovigo.

Le  prove  stanno andando  avanti benissimo, in un clima  di  grande  collaborazione  e rispetto reciproci. Soprattutto  è  tangibile  la  preparazione  e  l'entusiasmo  di  questo  giovane  direttore  d'orchestra, già  segnalatosi  per  una  pregeviole  edizione  del  Don Giovanni di  Mozart  nello stesso  Teatro  Verdi.   Presente a  tutte le  prove  di  regìa, prodigo di consigli , scrupoloso. Ottima  occasione  per quattro chiacchiere  sulla  Sua  formazione  e  sulle  Sue  idee  in generale.


Maestro  Pasqualetti, può indicare insintesi le tappe  fondamentali della  Sua  formazione?

Per brevità ti inizio a raccontare da quando poco più che ventenne, con il diploma di pianoforte in tasca, frequentavo Filosofia a Pisa, Composizione a Firenze, seguivo da assistente il Maestro Gelmetti all’Opera di Roma (di cui ero anche allievo ai corsi estivi dell’Accademia Chigiana) e fondai l’Orchestra dell’Università’ di Pisa, l’attività’ che tra tutte mi occupava di più in termini di tempo ed energie. Dopo la laurea e il diploma d’onore alla Chigiana ho vinto il concorso alla Royal Academy of Music di Londra (dove ho vissuto per 4 anni) per studiare nella classe di Sir Colin Davis. Grazie a questa esperienza sono entrato in contatto con il Maestro Noseda, altra persona che ha inciso moltissimo nella mia formazione artistica e di cui sono stato assistente a Manchester, Aix-en-Provence e Stresa. E poi il primo contratto da direttore, una vera gavetta “vecchio stile”: 120 recite di Nabucco (in versione un po’ alleggerita) per le scuole in oltre 30 città italiane, prodotta da AsLiCo. In questo modo ho avuto l’occasione di farmi conoscere in vari teatri, per esempio al Teatro Regio di Torino, dove qualche hanno dopo sono tornato per Il Matrimonio Segreto e Die Zauberfloete. E poi in tempi più recenti La Scala di Seta per la Fenice, Boheme e Madama Butterfly per New Zealand Opera ecc.


Ha  dei  direttori  d'orchestra  come  modello? Qualche predilezione?

Da adolescente il mio modello era Abbado. Mi conquistava la naturalezza disarmante del suo dirigere anche lavori di notevole complessità. Rispetto ad altri grandi direttori mi appariva perennemente fresco, pieno di vita e di senso musicale. E poi Bernstein, Mariss Jansons, Harnoncourt. Di Karajan ho iniziato a comprenderne l’immensità’ molto più tardi e adesso provo per lui un’autentica devozione.

Spaventa  l'impegno di Mefistofele, è un debutto  impegnativo?

Beh, bisogna sempre avere un po’ di paura del diavolo! A parte gli scherzi, no, per ora non ne sono spaventato, ma certamente sono cosciente dello straordinario impegno in termini di concentrazione e tecnica che questa partitura richiede al direttore (come del resto a tutti gli artisti coinvolti e a tutte le maestranze del Teatro).  Innanzi tutto per l’ampiezza delle masse che in questa produzione (tra orchestra in buca- banda in palcoscenico- coro del Teatro- Voci Bianche- Coro extra per Prologo ed Epilogo) raggiungono la singolare cifra di circa 300 esecutori. Ma la quantità non è certamente l’unica insidia. Puccini ad esempio è molto impegnativo per il direttore, eppure i suoi tempi fluiscono quasi sempre l’uno nell’altro con una certa naturalezza. La scrittura di Boito mi appare almeno per ora piu’ impervia e frammentata tra le mille idee e suggestioni che il compositore ci offre senza sosta e con straordinaria giovanile generosità. Tessere la trama narrativa di quest’opera è uno sforzo che richiede molta concentrazione e molta immaginazione.
Del resto stiamo parlando di un capolavoro che merita queste attenzioni: basterebbe la qualità dell’invenzione melodica a renderla da sola un’opera immortale. Eppure c’e’ di più. Tra le pagine della partitura si agita una tensione che non esito a definire avanguardista, seppure non si palesi primariamente nel linguaggio armonico che resta ovviamente tonale per quanto spesso cromaticamente ardito. Una volontà di rottura certamente riconducibile alla “scapigliatura” del giovane Boito, eppure certe intenzioni musicali restano veramente estreme. Indicazioni come violento, vertiginoso, vaneggiando sono relativamente frequenti in questo spartito e ci parlano di un uso talvolta espressionista della materia sonora che la storia della musica conoscerà a pieno soltanto una cinquantina d’anni dopo.
E poi parlano all’interprete le stesse indicazioni di metronomo che Boito specifica in ogni sezione, in un paio di casi certamente al di la dell’umana realizzabilità e di per se testimonianza di una tensione verso il limite, oltre il limite, verso l’abisso che la furia della musica può far presagire. E ancora la folle audacia del prologo, dove si passa improvvisamente dalla enorme massa di qualche centinaio di esecutori che celebrano la gloria di Dio, ai soli due fagotti che per qualche battuta da soli introducono l’ingresso in scena di Mefistofele, come a rappresentare un corpo talmente scarno dove semplicemente non ci sono appigli per un’anima.
A tal proposito devo aprire una parentesi. L’edizione che normalmente Ricordi fornisce ai Teatri recepisce tutte le piccole ma significative variazioni e aggiunte che Toscanini apportò alla partitura. Una casualità mi ha fatto trovare la partitura a stampa (rarissima!) antecedente alle modifiche di Toscanini, edizione di cui la stessa Ricordi aveva praticamente dimenticato l’esistenza e dalla quale si possono attingere alcune informazioni veramente preziose.
In questo caso specifico del prologo per esempio Toscanini ha effettuato diversi raddoppi, perfettamente logici e naturali, per dare più corpo al suono senza snaturarne l’effetto complessivo e mitigare cosi l’arditezza del passaggio da centinaia di esecutori a due soli.
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Mefistofele, opera  adorata  dal  pubblico e spesso stronacata dalla critica:   è  d'accordo?

E’ chiaro che un’opera in cui si sente Dio parlare per ben due volte susciti anche solo per questo qualche sospetto a delle persone ragionevoli come sono in genere critici d’opera. Lo dico senza ironia, se si pensa che storicamente per anni la critica ha avuto come substrato ideologico un materialismo intellettuale di origine quasi marxista. Compositori come Respighi, Casella, Rota sono stati al bando per anni dalla programmazione delle sale da concerto italiane per molto meno. Per accettare quest’opera è necessario quasi un atto di fede, un salto della ragione e della ragionevolezza. Il pubblico, che normalmente si pone meno problemi di questa natura, è libero di apprezzare senza pregiudizi gli straordinari momenti musicali che questa partitura regala.

Quale deve  essere  oggi il rapporto ideale  tra  direttore d'orchestra  e  regista?  E'  cambiato  qualcosa  negli ultimi  vent'anni?

Il rapporto ideale tra direttore e regista è molto semplice da definire: onesta collaborazione nell’ottica della miglior riuscita possibile dell’opera. Che poi questa cosa apparentemente cosi semplice, immediata e ragionevole possa diventare a volte una chimera irrealizzabile è un dato di cronaca. Penso che parte della colpa risieda nel Teatro stesso in quanto amplificatore. Nelle migliori condizioni amplifica le straordinarie emozioni che gli interpreti immettono nell’opera, ma allo stesso modo amplifica anche egoismi, egocentrismi, insicurezze e protagonismo. E quella che al tavolo di un caffe sarebbe un amichevole scambio di vedute diviene in sala prove uno scontro tra paladini in armatura in cui chi cede perde l’onore. Negli ultimi trent’anni si sono poi acutizzate due tendenze opposte: da una parte i direttori sotto l’impulso delle ricerche filologiche, hanno fatto del rispetto della partitura un idolo fine a se stesso, dimenticando che il vero fine di ogni ricerca sulla partitura è la riscoperta dell’originale forza di vita della pagina scritta e del senso che l’ha generata. All’opposto i registi hanno trovato nello scandalo e dello stupore a tutti i costi una loro primaria ragione di operare. Il che evidentemente non ha semplificato le cose.
(E poi, diciamolo, fanno molto più scalpore le 20 furiose litigare all’anno regista/direttore, rispetto alle 1000 produzioni che scorrono più o meno felicemente).

Le  prove   di  sala...sono importanti? Sempre  più  rapide e sbrigative:bisogna  tornare  alle  lunghe  sessioni di una  volta?

Le prove di sala con i cantanti sono un momento essenziale per la formazione dell’opera, delle intenzioni musicali e di senso, della psicologia dei personaggi. Non andrebbero in nessun caso eliminate, ma ovviamente calibrate in funzione dell’esperienza del cast che si ha a disposizione per quella produzione.

Maestro  concertatore:  un mestiere  che si impara? O ci si nasce? Esiste  una  tecnica  direttoriale o  vale  più  il talento?

A questa domanda non so risponderti con sicurezza. Credo però che la parola “talento” sia in se stessa fuorviante. Un mio maestro amava ripetere che non esiste il talento, ma piuttosto esistono i talenti (che possono andare dalla velocità di lettura alla costanza nello studio, dall’intuizione della bellezza alla capacità di tenere le giuste relazioni). Non penso che ci sia un unico magico tocco che scioglie tutti gli ostacoli del nostro mestiere e ti catapulta nel paradiso dei musicisti.
Io quasi tutto quello che so l’ho imparato osservando per anni il lavoro in prova di grandi direttori, andando “a bottega” per usare un termine rinascimentale.
Su una cosa sono assolutamente sicuro: esiste senza dubbio una tecnica direttoriale in assenza della quale il più grande talento di questo mondo rischia di restare quasi completamente inespresso.

Preferenze  per  qualche  Opera  o  ama   quella che  dirige  al momento?

La risposta polically correct: la mia opera preferita è quella che dirigo in quel momento. La risposta vera: la mia opera preferita è Tosca.

Sogni nel  cassetto?

Molti ! Il primo, avere la possibilità un giorno di sviluppare un rapporto continuativo con un’orchestra o un Teatro, magari come direttore musicale, ed esplorare e approfondire insieme ambiti di repertorio sia lirico che sinfonico.

Contento del  cast  che  ha  a  disposizione  a  Pisa?  Solisti,regìa, ensemble?

Sono molto contento di tutti gli artisti del cast e della regia di questa produzione. Ci sono tutte le premesse per un Mefistofele di bel livello.
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QUEL BUON DIAVOLO D'UN MEFISTOFELE
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Domenica 28 Febbraio 2016 12:25

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Ogni appassionato d’Opera ha  vissuto almeno una  volta  l’inebriante sensazione di restare senza fiato, attaccato alla poltrona , con gli occhi  gonfi di lacrime al termine di un melodramma magnificamente  interpretato  o dopo una  strabiliante esecuzione  musicale, vocale  o strumentale. A me  è  successo e  per fortuna  succede  varie  volte  a  tutti ma  infallibilmente, sempre, quando  si  giunge al grandioso, epico, sconvolgente  finale del Mefistofele  di Boito.  E’  strano :  non  ho conosciuto ancora una  sola  persona  che  non faccia il  tifo  per  quel  “buon Diavolaccio”, allorquando  circondato dai mille  angioletti e  dalle  falangi celesti slealmente   convocate da  Faust, sprofonda  e arde, corroso dai petali e  dagli strali luminosi che lo colpiscono da  tutte le  parti.

Il  patto, in verità,  prometteva  gioie e  godimenti  d’ogni tipo al ringiovanito  Faust  ,il quale  in cambio dava la  sua anima .Giunto sul passo estremo, Faust  non ha  ancora  pronunciato la  parola  magica : “Arrestati, sei bello!”  …l’istante   che dovrebbe  magnificare  la raggiunta  felicità  o meglio  l’utopìa  d’una impossibile  felicità. Giungono in suo soccorso  le  schiere compatte degli  angeli, il Vangelo viene  eretto a  baluardo  invalicabile, Faust è  salvo e  pronuncia  finalmente quella frase  che  segna  la  fine  di Mefistofele. Il  Coro  esplode :

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Mefistofele ,   come  Capanéo  nella  Divina  Commedia, si erge  orgoglioso  e  grida:  “Trionfa  il Signor  ma il reprobo…fischia!”  , i suoi fischi si uniscono ai laceranti sopracuti dell’ottavino  e  così   sbeffeggia  la  sua  sconfitta,  strappando almeno gli applausi  del  pubblico.

Il Mefistofele  venne  presentato al  pubblico  della  Scala , nel 1868,  come  manifesto della  cosiddetta  “musica  dell’Avvenire” , preconizzata  nel 1850  da Wagner in un suo celebre saggio (“Das  Kunstwerk  der Zukunft”)  .Boito aveva  iniziato i suoi studi al  Conservatorio di Milano nel 1855 proprio  con un docente che era assoluto sostenitore   di questa  corrente, Alberto Mazzuccato, e fu inevitabile la nascita di fazioni  piuttosto esasperate e  oltranziste, tra  loro  contrapposte. Da  una  parte  Verdi  e i seguaci dell’opera  italiana di tradizione, dall’altra i wagneristi , svincolati  dagli schemi consolidati . Il Mefistofele, con tutto  il peso della responsabilità  “avveniristica” , affrontò  quindi un pubblico  abbastanza  prevenuto, sospettoso e pronto a non perdonare  nulla , tantomeno  un’opera   così monumentale e definitiva.  Fu un fiasco  colossale . La  prima  stesura del libretto  (Boito  rifece  tutto  e  snellì la  densa  partitura  nel 1875)  presenta una galleria  di  personaggi  inediti:  oltre ai canonici  Mefistofele, Faust, Margherita, Elena, Wagner, Pantalis, Nereo,Marta   abbiamo  poi l’Astrologo, l’Araldo, il Mendicante, l’Imperatore, l’orca Lilith, Paride, il Folletto, quest’ultimo  gratificato addirittura  da  un’arietta  nella  Notte del  Sabba:  “Zig-Zag, Zig-Zag  l’incerto  volar, Zig-Zag  Zig-Zag   non so raddrizzar” .   Altre  “perle”   letterarie di  questo  tipo, che ci riportano al  Boito  del poemetto  “Re  Orso” , le troviamo in bocca  all’orca Lilith  : “Largo  largo alla moglie dell’orco, che  galoppa a cavallo d’un porco”.  Mentre  molto  più  ampia  era  la  stesura  del Sabba  Classico, in cui  compare  un’altra  aria  di Mefistofele  “Chi è  quell’uom a  ogni uom diletto? Chi  è  quell’uom da  ogni  uom reietto?”  e la  figura dell’Imperatore, che diventa  centrale assieme al  Coro   per  creare  un  “teatro nel teatro” , ossia  la scena  del Rapimento di Elena  in omaggio  a  Faust  e a Mefistofele, qui nelle  vesti  di  ilare giullare. In sostanza  il Sabba  Classico era , nella  sua  prima  versione, diviso in due grandi  scene e  non  nell’unica, che  oggi conosciamo.  Non basta: l’atto  quinto, l’ultimo, era  preceduto da un Intermezzo sinfonico, a  sipario calato, in cui veniva descritta una  scena di Battaglia, con tanto di  cannonate  in partitura e  con Mefistofele  e Faust in veste di  generali  contro le truppe celesti al grido  di  “Viva la  Chiesa!”.  Da  notare  che  nel  rimaneggiare anche   l’ultimo atto  e quindi trasformarlo nell’attuale  Epilogo, Boito  abbia  abbreviato la  parte di  Faust  (lasciando intatta  l’aria  “Giunto sul passo estremo”) ma  allargando  il  finale, con l’ingresso  dei cherubini e il sillabato  di Mefistofele  “M’assale  la  schiera di mille angioletti”  più aggiungendo la  sardonica frase  quasi gridata “Trionfa il Signor  ma  il reprobo fischia”  che, detto  a  titolo di pura  curiosità, in talune  esecuzioni il grande  basso  Ramey  gridava  più   volte, quasi  non rassegnato alla sconfitta.

Nel Prologo in cielo vedi il Sublime, nella  Notte del Sabba romantico vedi  l’Orrido, nella Domenica di Pasqua vedi il Reale, nella Notte del Sabba classico vedi il Bello. Cielo, Inferno, Terra, Eliso: eccoti il Nord, il Sud, l’Est e l’Ovest  del poema  Goethiano; esauriscimi ciò se ne  sei capace.”  (A.Boito)

 

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Effetti  da  baraccone, pleonasmi,  ridondanze, inesauribili sequenze di endecasillabi e settenari alternati: “teatro dei pupi”  scrive  più  volte Mario Lavagetto  sintetizzando  così, in modo drastico e ingiusto, non solo la  prima stesura  milanese  ma  anche il rifacimento  bolognese del Mefistofele . Sulla scìa  di  queste  posizioni  una schiera  di  critici, tutti con la bocca storta, tutti con la puzza di zolfo sotto al naso, tutti  pronti a  bollare senza appello  questo  singolare monumentum. Due distinte  fazioni, come ai  tempi  di  Boito, ancora  oggi: da una  parte  la critica, dall’altra  il  favore immancabile del  pubblico. Chi ha  ragione?

Basterebbe  valutare attentamente  la  musica in rapporto al  testo, come dovremmo fare sempre , analizzando  ogni  Opera, sia essa  barocca, o   romantica  o  contemporanea,  e  così  facendo Boito non solo vince  ma  stravince . Il suo linguaggio  è  obsoleto, antico, ridondante ma  è  esattamente funzionale alla trama musicale, direi all’ordito musicale, tra i  più  vari, essenziali ed efficaci  che  il  Melodramma  possa annoverare. Boito non è Verdi, non è Meyerbeer ,non è Berlioz  e  non è  Wagner, ma  possiede  il  fuoco creativo di  questi  inarrivabili modelli: la  potenza  evocativa del  Coro  “Ave Signor”, fenomenale e commovente nella sua semplicità  di scrittura, concepito  come una litanìa in crescendo, con progressioni  che riportano direttamente al  finale di Norma  o di Tristano, il senso della melodìa  infinita  che si espande e che  nessuno  vorrebbe finisse mai….ecco, questo  è  il Mefistofele  di  Boito. In fondo  le avventure  di Faust  sono  come  un grande  film fantasy, non troviamo lungaggini  o sbrodolamenti, sacche di noia: lo spartito  è  tra  i  più  rapidi  e sintetici  di  tutto il catalogo operistico, nonostante  i  6 atti di cui  è  composto. Una  menzione a  parte merita  Boito melodista: la  sua  intuizione melodica e la  magnifica  qualità  dei  temi  che  propone  fanno immediatamente breccia  e  non è affatto un caso  che siano divenuti  hits  indimenticabili.  Pensiamo   alle due  dichiarazioni  d’amore di  Faust, rispettivamente a  Margherita  ed  Elena:  “Colma  il tuo  cor d’un palpito, ineffabile e  vero”  (atto II,scena del giardino)  e  “Forma ideal purissima” nel Sabba  classico , si tratta  di musica celestiale  e romantica  nella più alta accezione  del  termine, dove  l’essenziale  si coniuga  alla  felicissima invenzione. Cosa  dire  di  quel momento magico  che  è  il  duetto del carcere, nel III atto:  “Lontano, lontano” , in cui si sublima il concetto di una impossibile, irraggiungibile felicità  nella  visione  di una  “azzurra  isoletta”  sperduta  nell’oceano?  Boito riesce con poche, azzeccatissime  pennellate  a  rappresentare  un delicato  quadretto: pittura  naìve, si  dirà, ma  comunque vera, sentita, tenue e commossa. Ai  cantanti si  richiede  la  perfetta mezzavoce, che  non è  falsetto: una ulteriore  prova di bravura.  Il  Mefistofele  è  ancora di  più: la sferzata  virtuosistica del Sabba infernale, con il Coro  impegnato in un vorticoso  quasi impossibile  sillabato  veloce (antesignano dei  rap  attuali, ma  molto  più  difficile!) , la  memorabile  morte di Margherita (“ Spunta  l’aurora pallida”) , che  non si  può dimenticare  nella  prima  incisione discografica di Montserrat  Caballé  diretta  da  Julius  Rudel , la  complessità  contrappuntistica  del  Quartetto   nella scena del giardino, a  un passo  dal  ridicolo  se direttori e cantanti  non sono  più  che ferrati in materia. Ecco….il Mefistofele  di  Boito…bisogna crederci  e  bisogna saperlo  eseguire!

 

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Quanti  tenori   hanno calato il si bemolle della prima  aria, scritto  per  essere eseguito da  chi sa  legare i suoni e cantare sul fiato MORBIDO!  Quanti tenori hanno steccato il si naturale  nel  finale, quando sulla  parola  “VangEEElo!”  si  sono udite  le grida di Tarzan  (anche alla  Scala  con  “divini”  Maestri sul podio…)!

Quanti bassi   sono stati realmente in grado  di spaziare  su  tutta  la  loro gamma  senza  strangolarsi  sui  fa  acuti  e senza  afonizzarsi  sulle note  più gravi?   Quanti  soprani  hanno  saputo e potuto  superare  gli scogli vocali proposti dal  ruolo di Margherita, vero soprano drammatico di agilità, o  della stessa  Elena, senza  essere costrette a  urlare?

Il Mefistofele  è  per  grandi  artisti, cantanti attori  completi. Lo stesso  discorso va esteso ai  direttori  d’orchestra e ai registi, che  hanno il loro bel da fare. Che peccato  che  molti  importanti maestri  non si  siano  avvicinati a  questa  partitura  così  negletta  e così amata:  pensate cosa sarebbe stato un Karajan! Uno Schippers!  Un Furtwaengler…magari! Quali lezioni, quali rivelazioni, quali sottigliezze sarebbero state messe in rilievo.

Bisogna crederci, come  Faust  crede  e alla fine si salva grazie alla Fede. Come lo stesso   Mefistofele  crede alla  sua tragica  mission  impossible…fino all’ultimo. E fino alla fine grida “….il reprobo fischia”. In fondo, ammettiamolo, gli squilli dell’ottavino sulla nota  lunga del Coro  hanno il carattere quasi festoso della vittoria  (pensiamo all’Egmont di Beethoven)  e per  un attimo  sorge  in ognuno il terribile  dubbio:…e se  il vero vincitore  fosse  proprio lui?

                           

 

 

 

 

 

 
DUE FOSCARI alla SCALA, IL LOGGIONE GRIDA "BUH!"
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Giovedì 25 Febbraio 2016 23:02

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Un loggione  particolarmente spietato boccia  il soprano Anna  Pirozzi e  il maestro 

Mariotti alla  prima  de  I  DUE  FOSCARI  di  Verdi, mentre  premia   esattamente  i  due

Foscari, il Doge  (Domingo)  e suo  figlio, Francesco  Meli.

Contestazioni a  mio parere  ingiustificate, visto che la  Pirozzi  ha  cantato  con

veemenza  e  squillo  la  terribile  parte  di Lucrezia, superando  le  asperità  e  gli ostacoli

virtuosistici, mentre   Michele  Mariotti, da  par  suo, ha  mostrato  brillantezza  e 

precisione, lasciandosi  forse  prendere un pò la  mano dalla  giovanil baldanza  ma  non

da  meritare  la  salva  di  "buh"  che lo ha  accolto all'uscita  dal  sipario. Mariotti è

un direttore attento ai dettagli, ossia  bravissimo a  mettere  in rilievo passaggi e

particolari  magari trascurati  in altre  edizioni: in ciò  il lungo  tirocinio rossiniano lo

ha  aiutato  e  in particolare  il lavoro svolto  sul Guglielmo Tell, opera  profetica e di

sintesi al tempo stesso. L'orchestra  lo segue  con  gioia, il gesto  è  fluido,

preciso, non v'è  traccia di arroganza  o di sussiego. Fischi ingiusti.

Riguardo le  contestazioni alla  Pirozzi, voci  a  riguardo  erano  già  circolate a  partire

dallo scorso  dicembre: tutto fa  pensare a  qualcosa  di  preconfezionato.

 

Domingo  in affanno, un pò  troppo spesso  ma  pur sempre  con le zampate del  vecchio 

leone: l'idea  è ormai  quella  del Cid  Campeador,  indomito, legato al  suo cavallo 

anche  dopo  l'assunzione  in Cielo. Non è  più  questione  di  sopravvivenza  intesa 

come  sussistenza: non può smettere  perchè la  sua  linfa vitale esiste in relazione  con il

palco. Finito  quello, finirebbe  Domingo  e  nessuno di  noi lo  vuole.

 

In ottima  forma  Coro e  Orchestra. Non capiamo  la  contestazione al  maestro

del Coro, Casoni: probabilmente è  stato scambiato  per il regista?

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Spettacolo  iper tradizionale, un omaggio a  Beppe De  Tomasi , se  non fosse  per  quei

mimi  costretti a   giustificare a  ogni  piè  sospinto  l'horror  vacui del  regista Hermanis.

Molti leoni di  Venezia, forse  troppi  (in fondo non siamo a uno zoosafari) , brutto  quel

letto in cui si  rotolava  Domingo  un pò  goffamente  (sarebbe  meglio  che  il  Doge 

morisse  in maniera  più  solenne  ; ricordiamo le  splendide  scalinate  con Bruson in

cima) . Fastosi i costumi, eccezion fatta  per  il saio  indossato nel  I  atto  da  Domingo 

che, all'atto di  tenere in braccio  Meli  e  con la  Pirozzi  dietro,  ha  riprodotto uno strano 

Presepe , con San Giuseppe, la  Madonna e il Bambinello.



 


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